La storia della pelle

Il giorno in cui un uomo preistorico si rese conto che per ripararsi dal freddo e dalle intemperie poteva utilizzare la pelle di un animale che aveva ucciso per procurarsi cibo, ebbe inizio l’affascinante avventura della lavorazione della pelle.

Tutti possiamo individuare le tracce di questa avventura nel corso dei millenni.

Pensiamo ai vestiti di pelle dell’uomo preistorico rinvenuto alcuni anni orsono sul ghiacciaio del Similaun; pensiamo ai conciapelli ebrei nominati nelle Sacre Scritture; pensiamo ai pettorali di cuoio delle corazze dei legionari romani, o agli scudi dei Fenici; pensiamo alle robuste sedie in cuoio tipiche degli arredamenti medioevali; pensiamo alle pelli stese ad asciugare che abbiamo visto accanto alle tende dei pellerossa in tanti film western; pensiamo ai kajak esquimesi rivestiti in pelli di foca: questo solo per citare alcuni facili esempi.

Quelli ricordati ora sono casi individuabili anche dai profani; chi abbia una preparazione un poco più tecnica può cogliere nel corso della storia anche la genesi e lo sviluppo delle lavorazioni di conceria.

Quando un cavernicolo toglieva dalla pelle con un coltello di pietra i residui di carne per evitarne il successivo imputridimento, faceva la stessa operazione che oggi si realizza con le scarnatrici.

Quando, già alcuni millenni fa, le pelli venivano legate ad una cornice di legno e stese al sole ad asciugare, veniva fatta un’operazione molto simile all’attuale asciugatura a telaio.

Quando i pellerossa deponevano le pelli in una buca scavata nel terreno alternando strati di pelli a strati di scaglie di corteccia e lasciavano poi che per alcuni mesi l’acqua piovana facesse penetrare nelle pelli i tannini vegetali estratti dalla corteccia, effettuavano quella che oggi si chiama concia vegetale.

Ancora oggi possiamo vedere, per esempio in Marocco o in India, delle “concerie” nelle quali le pelli vengono colorate immergendole in vasche scavate nel terreno argilloso e contenenti acqua e colorante, così come si faceva secoli fa: la stessa lavorazione si realizza oggi molto più industrialmente utilizzando delle gigantesche botti rotanti, ma si tratta comunque di un’operazione di tintura.

Ovviamente non tutte le decine di lavorazioni che si effettuano oggi sulle pelli possono essere individuate, sia pure in embrione, in testimonianze storiche più o meno antiche, però il grosso di tali operazioni è sicuramente riconducibile a quanto gli uomini facevano già secoli o millenni fa.

Facciamo notare che la presenza storica del mondo conciario non è evidente solo nelle lavorazioni, ma è viva anche nel linguaggio di tutti i giorni.

Quando una cosa è troppo dura da digerire (anche in senso metaforico), si usa dire che è “coriacea” (dal latino corium, cuoio).

Quando una persona rischia di morire in seguito ad un incidente, si dice che rischia di “lasciarci la pelle”.

Quando un bambino, giocando, si sporca tutto, la sua mamma non gli dice forse “ma come ti sei conciato?”.

Questa radicata presenza di espressioni conciarie nel linguaggio corrente è conseguenza del fatto che quello del conciatore è un mestiere antichissimo, talmente antico da avere attirato l’attenzione delle autorità molti secoli prima delle attuali proteste ecologiste.

Ricordiamo, per esempio, che già nel 1259 negli Statuti della città di Bassano si stabilisce che nessuna persona possa follare o scarnare pelli al di sopra del ponte sul Brenta.

Similmente, nel 1490 negli Statuti et Ordeni del Comune d’Arzignano si trovano diverse ordinanze che vietano di lavare o immergere pelli nel Rio Chiampo o nelle rogge dei mulini se non a valle del paese.

A causa poi dei cattivi odori tipici dell’arte conciaria, i conciatori hanno anche rischiato di “lasciarci la pelle” come untori.

In un libro del 1580, infatti, intitolato “Disputatio quod ex arte coriarum infici aer possit, et pestis procreari”, il medico veneziano Giovanni Costeo invitava il Collegio dei Medici Veneti a prendere provvedimenti in tutto lo stato della Serenissima contro i conciatori, accusati di “corrompere l’aria e di causare la peste”.

Come si vede, i conciatori hanno sempre avuto vita dura e non solo per problemi tecnici…